Mi farò primavera.

Corto realizzato dal Servizio Diocesano di Pastorale giovanile
da un estratto di “Mi farò primavera”

Fu un giorno, quello in cui incontrai il mio fiore, assai uggioso… sai, uno di quei giorni che a vederli ti ispirano solo sospiri. Così fu quel giorno. Anche se, pensandoci bene, non era poi tanto diverso dal resto delle giornate che componevano la mia vita. Ero sempre stato il tipo di bambino che disegnava il cielo su un pezzo di carta invece di rincorrere i gatti nei quartieri del proprio paese; il tipo di ragazzo che a scuola prendeva le botte perché di darle, in fondo, non ne era mai stato capace. Allo stesso modo, ero sempre stato il tipo di uomo che non piace alle donne perché troppo romantico e pensatore in confronto ai “virili omaccioni” che giravano all’epoca. Dunque… cosa stavo dicendo? Ah sì! Fu che, quel giorno per l’appunto, mi trovai come ogni meriggio della mia esistenza a percorrere quella stradina stretta e sterrata che attraversava in tutta la loro monotonia quei campi di lavanda, che ai miei occhi erano sempre apparsi troppo grandi per poterne scorgere i confini. Tornavo dalla “Vecchia Biblioteca”, il mio rifugio ormai da una vita, l’unico posto dove la mia fragilità totalizzante non mi veniva fatta notare da nessuno al di fuori di me stesso. Guardai intorno a me il solito paesaggio che, in fin dei conti, non era certo più grigio di quanto non lo fossi stato io. Mi sono sempre reputato grigio, io. Tuttavia ci fu qualcosa: un piccola tinta appena differente rispetto allo sconfinato violetto che si estendeva in ogni dove, che catturò stranamente la mia attenzione. Mi sono sempre reputato un uomo attento ai dettagli, io. Sentii così il bisogno di andare ad osservare quella creatura totalmente differente rispetto a ciò che la circondava. Nel momento stesso in cui la guardai per la prima volta, ebbi quasi l’impressione che per qualche bizzarro motivo questa mi somigliasse assai. Continuai a guardarla fino a che non vidi il cielo imbrunire, poi tornai a casa. Quella notte pensai a quanto una cosa tanto piccola potesse
apparirmi bella al punto da farmi perdere il sonno. L’indomani tornai lì, a cercare di cogliere con lo sguardo ogni impercettibile movimento, ogni venatura sui suoi petali, ogni sfumatura. E tutto mi sembrava perfetto,
forse per il semplice motivo che ai miei occhi la sua diversità era già un elemento sufficiente per amarla. Passai molto tempo in quel posto, seduto di fronte a quel fiore solo per contemplarne i silenzi, in cui mi
sentivo così vivo. Una creatura, così fragile e al contempo così bella, così simile a me e al contempo così diversa. Ma nulla dura per sempre. Arrivò poi l’inverno e i suoi petali che sembravano eterni iniziarono lentamente a cadere, lasciando in vista solo il suo esile stelo ricoperto di spine. Non fui in grado di affrontare una perdita tale, al punto che considerai la cosa come un tradimento da parte sua. Lui che mi aveva donato, per la prima volta, la completezza che non ero mai riuscito a trovare in me stesso, ora era privo di una parte di sé che in fondo sentivo mia. Aveva donato al suolo i petali che avevano colorato il grigio che ero. Ed ora cosa ne sarebbe stato di me? La rabbia mi pervase a tal punto che, solo per una frazione di secondo, mi saltò in mente di afferrare quel suo fragile corpo e strapparlo via dal suolo, per fargli provare ciò che provavo io. Non lo feci. Mi sono sempre reputato un uomo razionale, io. Credo che agire d’istinto sarebbe servito a ben poco, poiché, in fondo, io l’amavo. Decisi, quindi, di meditare a lungo. Meditai… meditai… finché un giorno capii. Capii solo allora che quel fiore non avrebbe mai perso i suoi petali nel momento in cui io l’avessi voluto, che non sarebbe mai fiorito in tutta la sua bellezza nella perfetta stagione dei miei pensieri felici. Capii che quello era il mio fiore e lo sarebbe stato per sempre. Capii che, per quanto l’amassi, questa era una cosa che andava ben oltre l’amore. Compresi, forse dopo troppo tempo, che quel fiore non viveva per amarmi, non per essere amato da me, ingenuo fragile uomo! Che era in grado di mostrare spettacoli inimmaginabili, ma che non l’avrebbe mai fatto quando ero lì a guardarlo, ad attendere una di quelle meraviglie. Non per questo il mio amore svanì. Oh no… capii semplicemente che, delle volte, è meglio lasciar vivere per poter vivere. E capii che l’errore mio stava nell’aspettarmi sempre da lui che il suo agire coincidesse con il mio desiderio. Capii tutta la fragilità del fiore. La mia fragilità nel dipendere dal fiore. La mia fragilità soltanto. Mi ero sempre reputato un uomo fragile, io. Lo accettai. Non seppi mai se quello mi amasse o no. Capii tuttavia che, da quel momento in poi, la mia fragilità sarebbe divenuta la sua; che i suoi petali avrebbero assunto la forma delle mie lacrime nel loro dolce cadere; che le spine avrebbero avuto l’amaro pungente sapore delle mie delusioni e che le sue sfumature avrebbero mostrato l’eleganza e la dolcezza con cui il mio amore fioriva ogni giorno. Capii che saremmo stati una cosa sola. Che la mia debolezza sarebbe finalmente divenuta la nostra forza.
E, ad ora, dopo tanti anni, in ogni sguardo che rivolgo al posto dove un tempo giaceva il mio fiore, rivedo
l’inverno che ero e la primavera che sono diventato.


Tema: Fragilità

Autore: Lisa Didimo

Cod. 43